Fotografie di falsi reperti del passato, scene di scavi archeologici costruite ad arte, oggetti di dubbia provenienza inseriti in una narrazione storica. L'idea della serie "Diachronicles", con cui Giulia Parlato ha vinto il Premio Luigi Ghirri 2022 per la Giovane Fotografia Italiana, in mostra alla Triennale da oggi al 26 marzo (ingresso libero), è nata visitando il Warburg Institute di Londra. «Ero andata a studiare l'archivio fotografico e mi sono imbattuta in alcune fotografie che sul retro riportavano la scritta "fake?".
Non si sa cioè se gli oggetti immortalati siano falsi storici o meno. Da lì sono partita per un percorso legato ai falsi che si è svolto sopratutto in Sicilia e in alcuni musei britannici», racconta. Classe 1993, Parlato da sempre lavora sull'uso delle immagini come documento di verità , in particolare in ambito scientifico e forense. In questo caso la cornice è quella della Storia: «Alcuni oggetti entrano a far parte di una narrazione storica e per questo assumono tutta una serie di significati e valori.
Poi si scopre che sono dei falsi e perdono ogni valore. Questi oggetti, oltre a muoversi nello spazio, entrano ed escono nella cornice della narrazione storica ufficiale». Come è stato per esempio per i falsi di Mastressa, fotografati al Museo Salinas. Nel 1867 il famoso archeologo siciliano Francesco Cavallari si era imbattuto in quella che sembrava una scoperta di enorme importanza: tombe contenenti un ricco corredo funerario di un popolo precedente ai tempi della Magna Grecia.
In particolare stupivano alcune sculture che era difficile ricondurre a uno stile noto: per forza, a realizzarle era stato il contadino Gaetano Moschella. Cavallari riuscì a venderle all'Istituto Gemranico di Roma, al British Museum  di Londra e al Museo Salinas. A questi scatti si associano le fotografie d'archivio e ai raggi x di altri falsi provenienti da British Museum e National Gallery.
Alcune immagini provengono dalla campagna di scavo di Terravecchia, nell'entroterra siciliano: in questo caso i reperti sono autentici ma Parlato ha chiesto agli archeologi di comporre delle scene, studiando la posizione delle ombre e riposizionando le ossa del ritrovamento. Qui è la fotografia che da apparente mezzo di documentazione oggettiva si fa strumento di racconto ingannevole. A ricordarci che ogni sguardo sul passato è già una sua interpretazione.
Fotografie di falsi reperti del passato, scene di scavi archeologici costruite ad arte, oggetti di dubbia provenienza inseriti in una narrazione storica. L'idea della serie "Diachronicles", con cui Giulia Parlato ha vinto il Premio Luigi Ghirri 2022 per la Giovane Fotografia Italiana, in mostra alla Triennale da oggi al 26 marzo (ingresso libero), è nata visitando il Warburg Institute di Londra. «Ero andata a studiare l'archivio fotografico e mi sono imbattuta in alcune fotografie che sul retro riportavano la scritta "fake?".
Non si sa cioè se gli oggetti immortalati siano falsi storici o meno. Da lì sono partita per un percorso legato ai falsi che si è svolto sopratutto in Sicilia e in alcuni musei britannici», racconta. Classe 1993, Parlato da sempre lavora sull'uso delle immagini come documento di verità , in particolare in ambito scientifico e forense. In questo caso la cornice è quella della Storia: «Alcuni oggetti entrano a far parte di una narrazione storica e per questo assumono tutta una serie di significati e valori.
Poi si scopre che sono dei falsi e perdono ogni valore. Questi oggetti, oltre a muoversi nello spazio, entrano ed escono nella cornice della narrazione storica ufficiale». Come è stato per esempio per i falsi di Mastressa, fotografati al Museo Salinas. Nel 1867 il famoso archeologo siciliano Francesco Cavallari si era imbattuto in quella che sembrava una scoperta di enorme importanza: tombe contenenti un ricco corredo funerario di un popolo precedente ai tempi della Magna Grecia.
In particolare stupivano alcune sculture che era difficile ricondurre a uno stile noto: per forza, a realizzarle era stato il contadino Gaetano Moschella. Cavallari riuscì a venderle all'Istituto Gemranico di Roma, al British Museum  di Londra e al Museo Salinas. A questi scatti si associano le fotografie d'archivio e ai raggi x di altri falsi provenienti da British Museum e National Gallery.
Alcune immagini provengono dalla campagna di scavo di Terravecchia, nell'entroterra siciliano: in questo caso i reperti sono autentici ma Parlato ha chiesto agli archeologi di comporre delle scene, studiando la posizione delle ombre e riposizionando le ossa del ritrovamento. Qui è la fotografia che da apparente mezzo di documentazione oggettiva si fa strumento di racconto ingannevole. A ricordarci che ogni sguardo sul passato è già una sua interpretazione.