Il tempo è un enorme campo archeologico. Con la relatività di tempo e spazio, il Novecento ha ufficializzato scientificamente ciò che l'umanità ha sempre saputo e "sentito": le dimensioni parallele in cui viviamo, muovendoci tra realtà diverse che rendono l'esistenza una condizione fatta di spicchi, specchi e veli, mescolano passato, presente e futuro. Giulia Parlato si pone sul paesaggio di questa visione con il binomio vero/falso. La sua terra d'origine, la Sicilia, è un enorme ipertesto della civiltà, uno scrigno di memorie, reperti, stratificazioni di cultura alta e bassa, dalle opere d'arte agli oggetti di uso quotidiano realizzati da persone vissute millenni or sono. Essi vivono, dentro di noi, impastati nel nostro Dna, dentro a tutto ciò che è la nostra cultura, dai testi alla lingua, e in ciò che a volte sono miraggi, visioni, appercezioni di qualcosa che potrebbe essere e forse è stato. O sarà. Sono le radici profonde dell'individuo, che afferiscono a un inconscio archetipico, una pre-conoscenza, ma anche a un'immaginazione che si autoproouce per suggestione, per magia. Da Mucho Mas!, in collaborazione con Camera, nell'ambito del progetto Futures Photography 2021, l'artista presenta"Diachronicles", un ragionamento sulla memoria come narrazione tra verità e finzione, legata al luogo del museo, al ruolo dell'archeologia e della fotografia come strumento potente, sempre in bilico tra soggettività e oggettività (l'eterno bordo poroso della sua identità).
Parlato crea un'istallazione di reperti, teche trasformate in light box, che evocano rayografie manreiane, con tracce di oggetti, loro riproduzioni fantasmatiche. Poi fotografie legate a un sito archeologico siciliano, allo stupendo Museo Salinas di Palermo e a statue per anni considerate originali e poi scoperte come copie, ora giacenti negli archivi. E un video, dove delle mani scavano la terra, ritrovando, riportando alla luce frammenti di storia tutta da ricostruire. La riflessione è sulla Storia collettiva, come creazione ambigua. Se sia meglio non averla, in assenza di dati certi, o sia meglio averla comunque, anche se frutto di un progetto di edificazione. E in questo, l'opera d'arte ne è metafora perfetta. C'è un valore immaginifico in questa mostra, che avvolge come un ambiente, oltre a un quesito metodologico ed etico.
Il tempo è un enorme campo archeologico. Con la relatività di tempo e spazio, il Novecento ha ufficializzato scientificamente ciò che l'umanità ha sempre saputo e "sentito": le dimensioni parallele in cui viviamo, muovendoci tra realtà diverse che rendono l'esistenza una condizione fatta di spicchi, specchi e veli, mescolano passato, presente e futuro. Giulia Parlato si pone sul paesaggio di questa visione con il binomio vero/falso. La sua terra d'origine, la Sicilia, è un enorme ipertesto della civiltà, uno scrigno di memorie, reperti, stratificazioni di cultura alta e bassa, dalle opere d'arte agli oggetti di uso quotidiano realizzati da persone vissute millenni or sono. Essi vivono, dentro di noi, impastati nel nostro Dna, dentro a tutto ciò che è la nostra cultura, dai testi alla lingua, e in ciò che a volte sono miraggi, visioni, appercezioni di qualcosa che potrebbe essere e forse è stato. O sarà. Sono le radici profonde dell'individuo, che afferiscono a un inconscio archetipico, una pre-conoscenza, ma anche a un'immaginazione che si autoproouce per suggestione, per magia. Da Mucho Mas!, in collaborazione con Camera, nell'ambito del progetto Futures Photography 2021, l'artista presenta"Diachronicles", un ragionamento sulla memoria come narrazione tra verità e finzione, legata al luogo del museo, al ruolo dell'archeologia e della fotografia come strumento potente, sempre in bilico tra soggettività e oggettività (l'eterno bordo poroso della sua identità).
Parlato crea un'istallazione di reperti, teche trasformate in light box, che evocano rayografie manreiane, con tracce di oggetti, loro riproduzioni fantasmatiche. Poi fotografie legate a un sito archeologico siciliano, allo stupendo Museo Salinas di Palermo e a statue per anni considerate originali e poi scoperte come copie, ora giacenti negli archivi. E un video, dove delle mani scavano la terra, ritrovando, riportando alla luce frammenti di storia tutta da ricostruire. La riflessione è sulla Storia collettiva, come creazione ambigua. Se sia meglio non averla, in assenza di dati certi, o sia meglio averla comunque, anche se frutto di un progetto di edificazione. E in questo, l'opera d'arte ne è metafora perfetta. C'è un valore immaginifico in questa mostra, che avvolge come un ambiente, oltre a un quesito metodologico ed etico.